l'abito fa il monaco

 

Chi non conosce il proverbio “L’abito non fa il monaco?,

L’espressione invita a non fidarsi delle apparenze spesso ingannevoli nel giudicare una persona, consiglia di evitare di esprimere una valutazione precipitosa e critica perché spesso le persone non sono come appaiono.

Quello che ci siamo chiesti è: “mettiamo mai in pratica questo proverbio?”

Probabilmente nella nostra società è alquanto raro. In fin dei conti si usa anche dire “non c’è mai una seconda volta per fare una prima buona impressione”, considerato poi che l’immagine che diamo di noi stessi si basa generalmente sulla prima impressione che si forma in soli 7 secondi, adeguare il nostro abbigliamento alla situazione molto probabilmente è molto più necessario di quello che non dice il proverbio citato! 

Un proverbio napoletano recita: “A seconda di come sei vestito così sei giudicato” (“Accossì somme vàje, accossì sì tenuto”  (Tratto da: Basile Giovan Battista, 1635, a cura di  Mario Petrini, Le muse napoletane, Ed. Laterza, 1976) . Sebbene alcune persone sostengano di non darvi tanta importanza, l’abbigliamento e più in generale il “look” sono una forma di comunicazione, condivisa da tutti gli uomini: dalle uniformi di polizia ed esercito fino ai tatuaggi di alcune tribù africane (e in realtà anche da una parte dei nostri stessi concittadini).

Maria Giuseppina Muzzarelli, in Guardaroba medievale, Vesti e società dal XIII al XVI secolo, scrive: “le vesti parlano tanto di una persona come di un’epoca e di una civiltà; se ben interrogate, dicono qualcosa anche del potere e delle relazioni di appartenenza o di esclusione, da esso attivate. Un potere non inteso come entità mitica bensì ridotto alle sue componenti: regole, individui e relazioni fra loro

Roland Barthes in Il senso della moda, Forme e significati dell’abbigliamento del 1967, dice che la moda è un meccanismo tipico dell’attuale società di massa. Si prendono in esame i diversi e numerosi modi in cui essa tende a inoculare il desiderio alla gente, diffondendolo e controllandolo, sino a confondere ragioni economiche e pulsioni sessuali, obiettivi commerciali e modelli di erotismo. Lo strumento che mette in opera questo complesso meccanismo di costruzione e diffusione del desiderio è il meccanismo linguistico. È solo il linguaggio verbale, per Barthes, a permettere tutto ciò, a dispetto di quanti sostengono che sia soprattutto l’immagine a costruire gli assetti dell’attuale società della cultura e delle comunicazioni di massa.

La moda è quindi un sistema che per essere analizzato ha bisogno di una struttura: ma la domanda è: dove prendiamo questa struttura?

Risposta: Dalla linguistica!

La natura linguistica del vestito è stata indicata da Trubeckoj nei Fondamenti di fonologia. Trubeckoj suggerisce di applicare al vestito la distinzione saussuriana (Ferdinand de Saussure (1857-1913)) tra lingue e parole.

Come la lingua, il costume sarebbe un sistema istituzionale astratto, definito per le sue funzioni, dal quale l’individuo che lo indossa estrarrebbe il proprio abbigliamento.

L’opposizione lingue/parole secondo Barthes deve essere sviluppata così:

IL SEGNO-VESTITO è formato da

  • Il significato di abbigliamento come indice di interiorità, quindi di realtà individuale
  • un fenomeno di cultura (costume): linguaggio come realtà istituzionale.

 

Quindi COSTUME + ABBIGLIAMENTO = VESTITO

 

Ma perché ci vestiamo?

Per pudore … per nascondere la propria nudità

Protezione … contro le intemperie

Ornamento … per farsi notare

 

Gli studi psicopatologici sul travestitismo portano all’opera  di John Carl Flugel, attraverso l’analisi delle tre fondamentali motivazioni profonde che stanno alla base dell’abbigliamento: la decorazione, il pudore e la protezione. Il conflitto tra “decorazione” e “pudore”, e il compromesso che ne deriva, costituiscono il punto chiave della psicologia del vestire.

Le vesti accrescono l’attrazione sessuale e lo spostamento dell’erotismo dal corpo all’abbigliamento fa di questo un simbolo sessuale, destinato a caricarsi di tutti i contenuti che costituiscono gli equivalenti “culturali” del sesso: il potere, la ricchezza, l’autorità.

Un altro modo per capire la complessità/ricchezza della comunicazione affidata all’abbigliamento è quella di studiarlo seguendo le funzioni proposte da Jakobson sulla semiotica della moda;

  • Funzione referenziale. Attraverso l’abbigliamento comunichiamo informazioni precise su una serie assai ampia di dati, la nostra identità personale, sia quella pretesa sia quella reale (per chi sappia superare l’opera di mascheramento che a volte interponiamo): età, sesso, appartenenza razziale, culturale; indichiamo il ruolo che svolgiamo (in forma codificata nel caso delle divise, in forme più raffinate in altri casi) e l’appartenenza a determinati gruppi sociali o schieramenti ideologici; il livello economico-sociale, il valore personale socialmente riconosciuto per le imprese compiute (onorificenze, medaglie al valore..); il tipo di avvenimento a cui si partecipa (festa, funerale, momento informale…); e ancora il tipo di comportamento che si intende mantenere con gli altri (aperto o riservato…). Tutti questi messaggi contengono delle gradazioni all’interno di uno spettro assai ampio di significato; inoltre è sempre possibile ostentare messaggi falsi.
    Non sempre chi indossa un vestito (o altro) è consapevole del suo significato originale; anche quando lo fa con convinzione, può non conoscere la ragione comunicativa che ne ha motivato l’adozione. Ragione che va cercata nella storia.
  • Funzione emotiva. In ogni forma di comunicazione l’emittente – in misura maggiore o minore – indica anche qual è il livello della sua partecipazione, del suo coinvolgimento emotivo con quanto sta comunicando. Ad esempio, non sempre la divisa è portata in modo accurato; la veste bella per le nozze, obbligatoria per gli invitati, può non essere indossata Questo aspetto è riscontrabile, in forme “parossistiche”, in alcuni gruppi giovanili che portano vesti, acconciature dei capelli e oggetti vari che possono essere autentici pugni nello stomaco per chi non condivide la loro forma di comunicazione; tendono a dimostrare il loro rifiuto di appartenere alla società che li circonda
  • Funzione fàtica. Jakobson fa notare con questo termine che parte dei segnali utilizzati nella comunicazione serve a tenere aperto – e a garantirsi che sia aperto – il canale comunicativo. Posso vestire in modo da attirare livelli diversi di attenzione su di me: posso scegliere di scomparire (in tal caso mi attengo alle forme più comuni di vestire di una determinata classe sociale) o posso cercare il massimo della visibilità.
  • Funzione metalinguistica. Caratteristica fondamentale di un linguaggio è l’auto-riflessività: esso non solo comunica, ma analizza il modo in cui lo fa e gioca con i suoi stessi modi di comunicare. Con l’abbigliamento è possibile fare del meta-abbigliamento, perché posso indossare un vestito e, nel modo di portarlo, riesco a dire qualcosa sul vestito che ho messo; indosso una divisa e faccio capire – con un particolare “sgrammaticato” – che non ci credo.
  •  Funzione poetica. La comunicazione – qualunque sia il linguaggio utilizzato – si annulla nella ripetizione di un messaggio sempre uguale: ha bisogno di novità. Nell’abbigliamento se tutti portassero sempre lo stesso vestito, vorrebbe dire che nessuno ha qualcosa da dire. Saremmo in una situazione di afasia e di autismo. Invece l’intervento personale, innovativo, nel coprire e adornare il corpo è documentato in tutte le culture, anche in quelle primitive.

 

Attraverso il modo di vestire vengono trasmesse informazioni che vanno dallo status sociale, alle idee politiche e perfino sull’umore.

L’immagine è una delle forme di comunicazione non verbale più importante al punto che oggi abbiamo un nuovo professionista:

L’”esperto di immagine”.

Si sa che uomini politici si servono di tali professionisti dell’immagine per creare il proprio aspetto, facendosi consigliare non solo sull’abito, il colore, pettinatura, montature di occhiali ma anche sull’atteggiamento da assumere in determinate circostanze. Ma ciascuno di noi sa benissimo che esistono una serie di regole scritte e non scritte che vanno considerate, pena il non raggiungimento del proprio scopo; sappiamo che se il nostro obiettivo è lavorare in banca non andremo al colloquio con i bermuda e le infradito tanto per intenderci, abbigliamento perfetto se il fine del colloquio è diventare istruttore di surf

La storia ha inoltre un tempo sociale, ha dei ritmi, che analizzati hanno una certa regolarità:

  • ritmo stabile (la moda nel tempo: capi di abbigliamento)
  • ritmo stagionale (la moda di stagione: i pantaloni a zampa, la vita alta, etc)

 

Qualche anno fa a Bologna assistetti alla conferenza di Cinzia Felicetti, scrittrice e giornalista di note riviste di moda, sulla presentazione del suo libro “L’abito fa il manager”. In modo molto simpatico e divertente testimoniava quanto fosse determinante il nostro aspetto come “biglietto da visita” al mondo esterno e, specialmente, nel contesto lavorativo.

Decidete in prima persona il messaggio che volete veicolare – afferma l’autrice- anziché lasciare che siano gli altri a farlo al vostro posto; un primo passo importante nel prendere in mano le redini della carriera”.

Con il nostro packaging, infatti, noi possiamo comunicare chi siamo, cosa possiamo offrire, dove vogliamo arrivare.

Il libro dispensa molti consigli e indicazioni di stile, è come una sorta di “vademecum del manager elegante”, quindi sorvolerò sui dettagli ma mi ha divertito una frase di Coco Chanel  citata in questo libro che condivido con voi: “Vesti male e noteranno il vestito; vesti impeccabilmente e noteranno la donna”

L’abito non fa il monaco, fa molto di più!!

Insomma, il proverbio in teoria dice il vero, siamo pronti a proclamare solennemente che non ci si deve basare sulle apparenze, in realtà poi ognuno di noi giudica – forse inconsapevolmente –anche in base all’abito.

 

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